Mama Africa Meeting, «Un amalgama emozionale» - AebonikA

http://icareforchildren.org/special-events/ In Lunigiana l’edizione reloaded del principale festival italiano di danza e musica dell’Africa occidentale

go to link Official photo Mama Africa Meeting – © Crocchioni

Venti minuti a destinazione. L’autovelox che incontri uscendo dall’autostrada a Pontremoli ti costringe ad andare piano mentre vorresti correre, arrivare, montare la tenda, buttarci dentro lo zaino ed essere già pronta per la parata iniziale. Ma appena arrivi al Mama Africa lo striscione all’entrata ti ricorda che l’importante non è andare veloce, ma insieme: “Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano andiamo insieme” – dice un proverbio africano.

Mama Africa Meeting (MAM) è un bagno di “insieme” che fino a due anni fa durava una settimana. Una settimana nel cuore dell’estate, a cavallo fra luglio e agosto, immersi nei tamburi dalle nove del mattino fino a tarda notte. Una settimana intensiva di lezioni di danza e musica, che coprivano tutti i livelli, dai principianti assoluti agli avanzati, divise in base ai paesi di provenienza degli artisti (Guinea, Burkina Faso, Mali, Costa d’Avorio, Senegal).

Ma le tradizioni, si sa, sono in continuo mutamento, e quella di danza e musica west-africana oggi si fa anche fuori dall’Africa, anche in Italia, in un angolo di Lunigiana dove quest’anno gli insegnanti hanno lavorato a coppie, intrecciando le loro conoscenze, tradizioni, stili e temperamenti.

Negli anni, il festival è diventato un luogo di ritrovo per gli artisti dell’Africa occidentale sparsi per l’Europa e per il mondo. Come? Facciamo un passo indietro. È il 2005 e Mamadama Camara, storica danzatrice de Les ballets Africains, va a Bologna per la prima volta. Lì incontra Sourakhata Dioubate, figlio di un’amica e collega dei Ballets, morta quando Sourakhata era piccolo. È il bimbo della sua amica, che non vedeva da decenni, ormai diventato un uomo e un artista dotato e versatile. «È stato un incontro forte» mi ha detto Cico Rossi, uno dei fondatori del Mama Africa Meeting, ora parte della direzione artistica. «È lì che ha cominciato a farsi strada l’idea di un festival che potesse essere un appuntamento per la diaspora dell’Africa occidentale, un’occasione per riunire gli artisti stessi e le loro famiglie [….]. Mama Africa diventava così un amalgama emozionale. ‘Riunire’ diveniva quasi il concept del festival».

Alla fine degli anni Novanta – quando di artisti africani residenti in Italia quasi non ce n’erano – una ventina di italiani appassionati di musica e danza west-africana si spostava per la penisola di stage in stage, rincorrendo i pochi maestri che visitavano l’Italia. Il festival «è nato così: per avere un’occasione in cui stare insieme al gruppo di appassionati-amici.» E perché nel frattempo l’Arci di Torrano, un piccolo centro vicino a Pontremoli, voleva lavorare sul tema dell’intercultura. In quel circolo Arci c’era il papà di Cico Rossi, che propose al figlio di organizzare qualche stage di musica e danza africane.

Mamadama Camara, storica danzatrice de Les Ballets Africains e “madrina” del festival. Official photo Mama Africa Meeting – © Crocchioni.

Ed ecco che il festival prese forma. «Iniziarono a circolarvi anche le nuove generazioni di musicisti e danzatori africani: nuovi artisti arrivavano grazie a quelli che già c’erano. […] Al quarto o quinto anno ci siamo accorti che stava diventando una cosa grossa. L’alchimia stava nella continuità tra un anno e l’altro, nel non cercare i grandi nomi ma nel “coltivare” la famiglia del Mama Africa. […] La mancanza di finanziamenti è stata anche uno stimolo: per gli spettacoli serali, ad esempio, non avevamo possibilità di investire in gruppi famosi ma dovevamo inventarci soluzioni con gli artisti presenti – di alto livello, comunque! Questo limite, unito sempre all’empatia, alla sincerità e alla ricerca della qualità, ha permesso di stringere molto i legami. Il nostro motto è diventato: quando entri al Mama Africa non ne esci più

E per me, effettivamente, è stato così. Già appassionata di danza africana, folgorata da un giro al MAM una domenica del 2013, nel 2014 e nel 2015 ho piantato la mia Two Seconds sotto gli alberi per tutta la settimana, decisa ad andare avanti a Polase ed arnica pur di non perdere ore preziose con insegnanti che in quanto a didattica, forza performativa e conoscenze culturali sono tra i migliori in circolazione. «Se vuoi vedere il meglio della danza della Costa d’Avorio» diceva durante una lezione Gerard Diby, danzatore ivoriano, «non devi andare in Costa d’Avorio, ma in Francia, o in Italia, o al Mama Africa, perché i migliori sono qui».

Nel 2016 Mama Africa è saltato, a causa principalmente della mancanza di fondi. Nella primavera 2017 gli appassionati di afro erano sulle spine: tutto dipendeva da un crowdfunding online. L’icona di un uovo dapprima vuoto, poi sempre più pieno – ma a ridosso della scadenza – nutriva le speranze di tutti coloro che volevano tornare al festival.

Ci siamo tornati, per fortuna, anche se per un’edizione breve di tre giorni – il Mama Africa Reloaded – incentrata sul tema del confronto e volta a finanziare l’edizione completa del 2018. Le novità: più dibattiti, più spazio alla parola, e un laboratorio al giorno di cucina internazionale in collaborazione con alcuni beneficiari del progetto SPRAR Sds Lunigiana.

Al MAM Reloaded gli artisti-insegnanti hanno partecipato a titolo volontario, solo con un rimborso spese. Ma noi allievi lo abbiamo saputo alla fine, e la qualità delle lezioni non era cambiata di una virgola. Il lavoro di tutti gli altri era già su base volontaria, fin dalla prima edizione. «Chi lavora per il MAM lo fa da volontario: il ritorno non è economico ma emotivo, energetico. C’è un ‘lato egoistico’ che ci muove e che permette di mantenere “l’equilibrio sopra la follia”» dice Cico citando Vasco. Stando a quanto dicono gli artisti nemmeno in Francia c’è un evento del genere, un paese in cui la danza africana è più diffusa, conosciuta e riconosciuta. Grandi stage e festival ce ne sono, sì. Ma manca il lato empatico, il lato energetico, il lato emotivo che riempie quei luoghi – in cui pure a volte ci sono disguidi e scomodità – tanto che quando le tende si smontano sale un po’ di mal di (Mama) Africa.

 

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