27 dicembre 2016 – 5 gennaio 2017: Dal Senegal, con amore. II parte... - AebonikA

Il sole “impolverato” all’orizzonte dell’Oceano Atlantico

[continue] Siamo ora alla Maison de la Culture, nel cuore di Dakar.

Un posto che trasuda di arte musicale. Alcuni membri dell’orchestra nazionale senegalese ci deliziano con toccanti brani tradizionali…ma non solo. Inaspettatamente, parte, dirompente, una versione “tribale” con soli tamburi e voce di…”Bella Ciao”!! Non credo abbia qui per loro lo stesso significato che possa avere in Italia…certo, una canzone popolare, “comunitaria”…che comunque sia ci ha fatto scaldare il cuore. Beh, la struttura dove stiamo è sicuramente arrangiata; ma ci spiegano che purtroppo ha appena subito un incendio. Per non perdere questo importante incontro, ci accolgono in ogni caso in una sala prove un pò “improvvisata”… Il ritmo ci sorprende e, anche se è mezzogiorno e si suda, i bacini non riescono a star fermi…

Ecco, nel pomeriggio tocchiamo con mano uno dei periodi più bui di tutta la storia dell’umanità: dopo solo circa 20 minuti di battello sbarchiamo sull’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità nel 1978. E comincia la nostra visita alla Maison des Esclaves, sito emblema della tratta degli schiavi. 

Nel corso dei decenni, le storie di Boubacar Joseph Ndiaye hanno contribuito a pubblicizzare la casa degli schiavi nel mondo. Avevo leggiucchiato qualcosa in internet e ascoltato forse un po’ distrattamente le storie di altri viaggiatori in questo luogo: tuttavia, vedere direttamente con i miei occhi la porta di “non ritorno”, ha un impatto devastante. Un pezzo di storia questo edificio tipicamente coloniale, restaurato, dove, per circa solo mezzo secolo, migliaia di donne e uomini venivano prima ammassati negli scantinati della casa abitata dai coloni, e poi imbarcati “ferocemente” dalle guardie occidentali senza scrupolo sulla famose navi negriere.

Mi gira la testa.

“Un balzo” indietro nel tempo, precisamente nel 1776, anno di fondazione della casa. Come ci racconta la nostra guida senegalese, un ragazzo che abita nella ora splendida isola di Gorée, la cui residenza è un privilegio concesso solo a chi discende dagli abitanti originari. Almeno questo, gli è dovuto, a chi ha sofferto tanto. Non ci sono parole. Lui parla molto bene 4 o 5 lingue “degli occidentali”, come mi svela. Imparate dans la rue, ovvero direttamente con i turisti. Ma prima di parlare con noi dedica tutta la sua attenzione ad un gruppo di afro-americani e ci mancherebbe altro: per chi non lo sapesse, gli africani “passati da qui” avevano come destinazione unica, ovviamente, le Americhe; ma il paese esatto dipendeva dalle esigenze degli “acquirenti”. Le famiglie sarebbero state divise, inesorabilmente: il padre avrebbe potuto, ad esempio, essere “comprato” in Louisiana, negli Stati Uniti, la madre in Brasile o a Cuba e il bambino o la bambina ad Haiti o nei Caraibi.

Questo gruppo di giovani degli States è visivamente provato: le loro origini risalgono a qui, un luogo di tortura, tra mito e realtà (non si sa esattamente se questa zona di partenza sia stata effettivamente passaggio di tante migliaia di vittime o solo una tappa di una tratta ben più complessa), ma simbolo della cattiveria più bieca. Impossibile poi risalire ai nomi di chi veniva “deprivato” della propria libertà. Oltre alla ferocia “fisica”, quella “psicologica”. La schiavitù , ricordo, toglieva il diritto alla discendenza, gli “schiavi” venivano chiamati inizialmente per numero e poi a piacimento delle famiglie d’acquisizione. I nomi africani venivano velocemente cancellati. Per sempre. I cognomi di tanti afro-americani sono stati imposti. 

I brividi. Questi ragazzi hanno gli occhi lucidi e lo sguardo è catturato immediatamente dall’apertura brillante al centro della navata della casa, la famosa porta di “non ritorno”. Non posso intendere minimamente il loro disappunto. Ma ci guardiamo e capiamo solo di essere compartecipi e consapevoli che un tale orrore va conosciuto. Per essere evitato.

I colori intorno a noi ci rincuorano e visitiamo il resto di questo piccolo lembo di terra dolcemente toccato dalle acque ora calme dell’Oceano Atlantico…

[to be continued]

La “porta di non ritorno”

Le belle “maisons” di Gorée